Giornata della Terra

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La Conta

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Earth Day Network

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Appunti dai Paesi Bassi

On 17 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

La cultura della bicicletta, la cultura del buon senso


Pochi giorni nei Paesi Bassi mi sono bastati per comprendere il divario culturale che esiste tra
olandesi e italiani. Fino ad ora avevo sentito dire che in Olanda molti viaggiano
in bicicletta, lo sapevo forse da sempre, ma andare là e poter osservare come
si svolge la vita di tutti i giorni mi ha da una parte sconvolto e dall’altra
incoraggiato, potenziando il mio senso della possibilità.
Vivendo in Italia si è necessariamente condizionati dalla cultura del luogo e del tempo, secondo
la quale non è pensabile usare i piedi o una bicicletta quando si ha un
motorino o un’auto a disposizione, persino per pochi passi. E le ragioni di ciò
sono tante tra cui spicca la ragione prettamente culturale-sociale per cui usare l’auto specie se di grande
dimensioni e all’avanguardia eleva l’uomo lo rende socialmente più attrattivo
nonché superiore e progredito. Inutile negarlo, il nostro paese è pervaso ormai
da anni dal mito dell’auto, che non a caso a trascinato fino a pochi anni fa la
nostra economia.
L’altro motivo fondamentale è la schiavitù psicologica-energetica
nei confronti dei mezzi di trasporto motorizzati privati, che fa comunque capo
a un’intensa dipendenza rispetto a ogni sistema tecnico in grado di svolgere
funzioni al nostro posto. Se l’impero romano è stato messo in crisi dalla
mancanza di schiavi, che svolgevano gran parte del lavoro fisico, per la
mancanza di nuove guerre, oggi il sistema è messo in crisi dalla scarsità delle
fonte fossili facilmente accessibili per lo spaventoso incremento delle
economie e delle popolazioni dei paesi del Sud e per la loro naturale limitatezza.
Questi due aspetti sono i principali ostacoli che dobbiamo superare per applicare
una nuova cultura basata sul buon senso.
In Olanda tutti vanno in bicicletta. Seduto a un caffè osservo la strada davanti a me. Passano
biciclette in continuazione. Giovani in bicicletta, donne, uomini, anziani,
anche i più piccoli. In ogni dove ci sono rastrelliere ben tenute e ben fatte
(alla stazione ve ne sono persino su due piani). Le biciclette sono evolute,
attrezzate di tutto punto, con borse, cestini, luci, blocchi di sicurezza,
doppio sistema frenante, molte sono addobbate con fiori di plastica, che in
Italia sarebbero immediatamente rubati dal primo passante. Nei negozi si vende
tutta l’attrezzatura per andare in bici e le piste ciclabili sono diffuse,
pulite, sgombre, senza buche o interruzioni, arrivano persino fuori dai centri
urbani nei paesini limitrofi. Ci sono semafori, strisce pedonali, incroci,
svincoli, una vera e propria rete stradale per le biciclette. Perché in Olanda
non si va in bicicletta solo quando c’è il sole e la temperatura è
confortevole, non si fanno soltanto le passeggiatine la domenica o le
scampagnate di centinaia di chilometri. In Olanda la bicicletta è prima di
tutto un mezzo di trasporto comune, economico, ecologico ed efficace.
Questa cultura nasce da scelte politiche. In Italia viviamo l’opposto, anche se ultimamente,
anche grazie al rincaro della benzina molte persone si stanno abituando all’uso
intenso della bici in città. In una città come Maastricht, pur senza avere dati
alla mano, ci rendiamo conto subito che il rapporto tra biciclette e motorini è
l’esatto contrario di quello di Firenze. A Maastricht le biciclette sono
ovunque per le strade e pochi i motorini, a Firenze migliaia e migliaia di
motorini, distese di motorini parcheggiati ovunque e pochissime biciclette.
Pensate che in Olanda i motorini viaggiano nelle piste ciclabili assieme alle
biciclette senza creare confusione e disagi. Immaginate una cosa del genere in
Italia: semplicemente impensabile.
I Paesi Bassi sono anche il paese dove le droghe leggere e la prostituzione sono legalizzate. La
marijuana è prodotta in Olanda per l’Olanda. Fumare uno spinello e andare in
una casa d’appuntamento non è un tabù, non sarà forse considerato un’abitudine
retta e salutare, ma non vi è nessun pregiudizio o preconcetto. L’Italia è
l’opposto. In Italia le droghe leggere e la prostituzione sono vietate e
perseguite, ma sono convinto che gli italiani sono tra i migliori consumatori
di tali prodotti e servizi nel mondo intero. Pensare a un’Italia dove la
prostituzione e la marijuana fossero legalizzate: semplicemente impensabile. La
questione è ancora una volta principalmente culturale.
Quello di cui abbiamo bisogno perciò, in Italia come altrove, è di un rinnovamento culturale
basato su un buon senso condiviso e consapevole. Liberandoci da alcune pesanti
illusioni che ci legano a credenze profonde come quella che un maggior reddito
e un maggior consumo energetico siano sempre e comunque desiderabili e a
diretto vantaggio del nostro benessere, o come quella di credere che certi
oggetti come l’auto, o i soldi più in generale, abbiano il potere intrinseco di
renderci migliori, più felici, invece di sostenere che sono le relazioni che ci
permettono di sperimentare un profonda gioia e un forte senso di realizzazione
umana.

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Serge Latouche a Brescia

On 16 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

Serge Latouche tiene una conferenza “L’abbondanza frugale”, 2 maggio 2012 a Brescia.
La conferenza è stata organizzata dall’associazione bresciana ‘Ripensare il mondo’
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Pulizia D-Eversiva

On 11 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

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L’economia minaccia di rovinarci se non le paghiamo il pizzo

On 11 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

Occorre ammetterlo, il denaro è stata una delle nostre più grandi invenzioni, il cui concetto ed utilizzo ha permesso un tale sviluppo della nostra società e della nostra economia, nonché un generale miglioramento del nostro tenore di vita che altrimenti non so proprio come avrebbe potuto avvenire (magari perché è l’unica in cui viviamo, ma l’esercizio di immaginare un tipo di economia e società senza denaro mi risulta compito decisamente arduo, per quanto di sicuro potrebbe esserci).
L’utilizzo della moneta ha permesso di passare dal semplice baratto a forme di transazione molto più complesse e su ambiti territoriali più estesi, ha dato impulso all’economia e ha acceso l’inventiva di tante menti brillanti.

Però… c’è un però.

Fintanto che il denaro serve (al singolo cittadino come all’impresa o a un’entità pubblica) a comprare o vendere un qualsiasi bene o servizio, tutto va bene. Serve un prestito per effettuare lavori di miglioria? Benissimo. Occorrono fondi per effettuare ricerche tecniche o scientifiche? Perfetto.
Quando invece il denaro comincia a servire solo per fare altro denaro, allora nascono i problemi, ed anche grossi. Da MEZZO utilizzabile per comprare, vendere o produrre QUALCOSA, finisce con il diventare il FINE di sé stesso, perdendo l’ originaria connotazione di lubrificante e concime della nostra economia, trasformandosi quasi in un’entità autonoma.
Ciò porta alla nascita e proliferazione di un’ autentica economia finanziaria (che gli stessi economisti distinguono dalla cosiddetta “economia reale”), che grazie a prodotti e derivati finanziari sempre più spericolati e fantasiosi ha ormai creato una quantità di denaro virtuale mostruosa fatta alla fin fine di nulla, ma che influisce sempre di più sull’economia vera, quella di tutti i giorni.
Lo stesso ex ministro Tremonti ha dichiarato in passato che il volume dei derivati è pari a dodici volte e mezzo il PIL del mondo.
Parrebbero a prima vista discorsi esagerati, frutto di ideologie “sinistroidi” e preconfezionate, ma è sotto gli occhi di tutti che la situazione rischia di sfuggirci di mano, se non lo ha già fatto.
Un conto è cercare di investire i propri sudati risparmi per ottenere un gruzzoletto utile negli anni a venire. Una cosa era investire in borsa, quando ancora questa aveva connotazioni umane. Ma al giorno d’oggi si sono veramente persi i limiti, al punto che esistono prodotti finanziari che scommettono sul “default” (fallimento) persino di un intero Stato e tramite azioni di leveraggio finanziario vengono letteralmente moltiplicate e gonfiate somme di denaro. Si possono far passare per buoni crediti che invece sono praticamente inesigibili (vedi mutui subprime), facendoli passare di mano in mano (grazie alle cartolarizzazioni), cosicché ad ogni passaggio si rimescolano le carte. Ma alla fine qualcuno si troverà per forza di cose con il cerino in mano che gli brucerà le dita, se non qualcos’altro.
Il problema di fondo è che alla fine coloro che pagano le conseguenze di queste manovre sempre più enormi, spericolate e ciniche, sono sempre le persone comuni, che magari sanno a malapena cosa è la borsa o la finanza (e io non sono meno ignorante di altri: se ho scritto qualche eresia tecnica non esitate a farmelo sapere e se necessario ad infamarmi).
Per concludere cito il testo di una vignetta apparsa su “Il Venerdì di Repubblica” uscito nel 2008 subito dopo il crollo delle prime banche americane (private), che costrinsero il governo a foraggiarle a forza di vagonate di soldi (questi pubblici):

“L’economia minaccia di rovinarci se non le paghiamo il pizzo”.

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Passare ad una eco-bolletta?

On 10 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

Se da semplici fruitori di un prodotto “preconfezionato” intendessimo diventare consumatori critici anche di un bene pur impalpabile come l’energia, perché intendiamo anche in questo modo contribuire a ridurre l’uso di risorse non rinnovabili, la nostra dipendenza energetica dall’estero, le emissioni climalteranti di CO2 ed evitare i rischi legati al nucleare? La spiacevole parabola de La220 ci ha insegnato che non è così facile come potrebbe sembrare. Eppure, in seguito a quella vicenda, alcune organizzazioni hanno ripreso la difficile opera di costruire una filiera etica dell’energia con rinnovato impegno e scrupolo. Vi accompagniamo in un breve viaggio nel complesso mondo delle offerte di elettricità verde per le utenze domestiche.
Risorsa preziosa
In tema di sostenibilità dell’energia resta senza dubbio valido il consiglio n.1: il suo risparmio. Ovvero evitarne lo spreco e migliorare l’efficienza attraverso numerosissime scelte responsabili che possiamo adottare. Solo alcuni esempi: disattivare gli stand-by degli apparecchi spenti, scegliere elettrodomestici a basso consumo, coibentare termicamente i nostri edifici, non ultimo uno stile di vita sobrio e quindi un utilizzo responsabile della risorsa energia. Eppure, andando a vedere gli enormi sprechi dei motori a combustione interna montati su gran parte delle nostre autovetture, o quelli della rete elettrica nazionale basata su poche grandi centrali termoelettriche (le perdite di rete sono stimate tra il 6 e il 10% rispetto alla produzione totale), c’è da mettersi le mani nei capelli!
Volendo piuttosto autoprodurre elettricità locale e rinnovabile, fatto che costituisce il consiglio n.2 in tema di energia sostenibile, per chi ne ha la possibilità è sempre indicata l’installazione di un impianto fotovoltaico, di una mini pala eolica o di un micro-cogeneratore condominiale (cfr. articolo sulla Cogenerazione nel numero di Maggio 2008 di Aam TerrNuova). Oppure si può partecipare ad uno dei numerosi gruppi d’acquisto solari, o ancora sottoscrivere quote di impianti ad azionariato popolare: nell’articolo in tema sul numero di Settembre 2010 di Aam TerraNuova si trovano indicazioni preziose.
Ma dalla mia presa di corrente, che cosa esce?
In attesa del sistema elettrico efficiente e decentrato del futuro, se intanto volessi essere sicuro che la corrente che arriva al mio contatore domestico non provenga da un inceneritore, oppure da una centrale a gas o a carbone? Beh, c’è da fare un chiarimento intanto: l’energia elettrica di per sé non è né bianca e né nera, né tantomeno verde, perlomeno al momento in cui viene erogata. Esemplificando: a valle della distribuzione, nella rete elettrica dei grandi tralicci fin dentro alle nostre case e nei nostri uffici, tutta la corrente è uguale come fosse quella di un fiume, anch’esso composto dalle acque provenienti da tante fonti diverse. La differenza sta nel fatto che l’acqua del fiume è generalmente pulita quando sgorga alla fonte e purtroppo viene inquinata lungo il suo tragitto — mentre l’energia elettrica crea inquinamento proprio laddove è generata, ovvero a monte del suo percorso, quando spesso vengono bruciati petrolio, gas o carbone. Ed è in questo punto della filiera energia che potrebbe cadere la nostra scelta critica e responsabile: optando per una fornitura certificata da fonti 100% rinnovabili, vorremmo poter sostenere questo tipo di produzione energetica e boicottare quella inquinante e dannosa per il clima. Se siamo in tanti a farlo il mercato se ne accorge, e forse anche quella parte di classe dirigente del paese ancora impantanata a inseguire una chimera nucleare estremamente costosa e rischiosa. Ma è davvero tutto così semplice? A detta di diversi esperti del settore sembrerebbe proprio di no.
La crescita delle rinnovabili in Italia
Le stime meno ottimistiche prevedono che nel 2020 in Italia saranno prodotti dalle cosiddette FER, le fonti energetiche rinnovabili, circa 104 TWh, equivalenti ad almeno il 26% dei consumi. In mancanza (alla stesura dell’articolo) dei dati relativi all’anno 2010 sappiamo che in Italia, rispetto all’anno precedente, nel solo 2009 la produzione di elettricità da FER è aumentata del 16%, seppure principalmente grazie all’incremento quantitativo dell’idroelettrico (l’energia prodotta dalle dighe). Si è così passati dai circa 58 TWh registrati a fine 2008 agli oltre 69 TWh del 2009. L’eolico è passato da 4.861 a circa 6.543 GWh, e secondo l’Associazione Nazionale Energia del Vento ANEV ha soddisfatto i consumi domestici di oltre 7 milioni di italiani evitando l’emissione di 3,5 milioni di tonnellate di CO2, l’importazione di 10 milioni di barili di petrolio, dando lavoro ad oltre 18.000 persone tra occupati diretti ed indiretti. La produzione da biomasse è cresciuta da 5.966 a circa 6.500 GWh, escludendo per questo dato la quota stimata proveniente da incenerimento rifiuti (come sappiamo definita anch’essa incoerentemente fonte “assimilata alle rinnovabili” e quindi – ahinoi — incentivata con soldi pubblici tramite il provvedimento CIP6 ed oggi da una parte della componente A3 sulle nostre bollette). L’accelerazione maggiore però si è osservata nella produzione da solare fotovoltaico, che passando da 193 a 677 GWh, da un anno all’altro è aumentata del 250%. In sintesi, negli ultimi 15 anni la crescita delle FER è stata esponenziale, e nel 2009 l’elettricità “verde” ha coperto praticamente il 20% del fabbisogno lordo del paese.
E dove va a finire tutto questo bel quinto di energia verde? In pratica si “mescola” nel cosiddetto mix energetico della rete nazionale, il “fiume” di cui sopra, agli altri quattro quinti di energia convenzionale (compresa quella che importiamo, tra cui figura anche quella nucleare). Certo, possiamo decidere di sottoscrivere una fornitura di energia certificata esclusivamente da fonti rinnovabili, ma tornando alla nostra questione -“come faccio a sapere che l’energia che compro è veramente “sostenibile”? — in definitiva la realtà ci richiama ad un vecchio detto: non è tutto oro ciò che luccica.
Le certificazioni per l’energia verde
RECS (Renewable Energy Certificate System) è il principale sistema europeo volontario di certificazione delle energie rinnovabili. I certificati REC sono rilasciati ai produttori per ciascun MWh di energia prodotta e contengono informazioni sulle fonti e sulle tecnologie impiegate. Questo sistema costituisce senz’altro un passo avanti lungo la via di uscita dalle fonti fossili, ma presenta degli evidenti limiti: in realtà i REC sono semplicemente dei titoli, validi in tutta europa e senza scadenza. Possono cioè essere scambiati e venduti sul mercato internazionale, slegati dalla distribuzione dell’elettricità che attestano, anche a distanza nel tempo. Un paradosso che si verifica è che coloro che noi immaginiamo essere “produttori” di energia verde, alla fine dell’anno possono semplicemente acquistare sul mercato i certificati per compensare il consumo dei loro utenti che hanno sottoscritto una fornitura da rinnovabili, fungendo quindi da semplici rivenditori senza in realtà possedere alcun impianto “verde”, né avere affatto intenzione di costruirne! Sfruttando questo meccanismo, persino aziende che gestiscono inceneritori e centrali a carbone possono fregiarsi di offrire “energia pulita”. Inoltre, molti dei fornitori che fanno uso del RECS approfittano di fatto della disponibilità a pagare un surplus sul costo dell’elettricità da parte degli utenti che hanno l’intenzione, meritevole, di migliorare l’impatto dei propri consumi. Ma in questo c’è un’ulteriore contraddizione: le produzioni FER sono già incentivate, e da tutti i clienti finali, attraverso una parte della componente A3 sulle nostre bollette! Inoltre, la quasi totalità (il 91%) dell’energia certificata RECS in Italia proviene in realtà da impianti idroelettrici, che possono essere anche alquanto impattanti sugli ecosistemi (molti sono di potenza superiore ai 50 MW e la maggior parte costruiti nei lontani anni ’50), mentre è scarsa la presenza del geotermico, praticamente inesistente quella del solare e dell’eolico: molte aziende preferiscono vendere l’equivalente della propria produzione da rinnovabili come “certificati verdi”, più remunerativi rispetto ai REC.
Certo, va detto che diverse tra le aziende che abbiamo interpellato dichiarano di annullare esclusivamente certificati REC emessi per impianti sul territorio italiano, ma sembra proprio che questo sistema non sia automaticamente in grado di migliorare la nostra indipendenza energetica e sostenibilità ambientale — ovvero di stimolare concretamente la dismissione dei tradizionali impianti termoelettrici, il superamento del mega-idroelettrico, la creazione di impianti a rinnovabili di nuova concezione (come fotovoltaico, eolico, solare termoelettrico, ecc.) e di ridurre le importazioni dall’estero. Per assurdo, potremmo teoricamente non avere un solo impianto di questo tipo sul territorio italiano, pur acquistando e annullando in gran numero certificati emessi magari anni fa nel nord d’Europa (l’89% dei REC relativi alla produzione del 2008 provenivano da Norvegia, Svezia e Finlandia). Dove starebbe il reale beneficio, avendo sostenuto impianti probabilmente obsoleti, in gran parte non così sostenibili, magari lontani dal nostro territorio e comunque già incentivati da finanziamenti pubblici?
Qualche punto in più rispetto al RECS, con un’attenzione mirata alla sostenibilità ambientale, lo segna il marchio italiano 100% Energia Verde (www.centopercentoverde.org), rilasciato da Reef Onlus. Produttori, grossisti, persino i consumatori di energia possono ottenere il marchio, vincolato al rispetto di criteri etici di qualità, trasparenza e tracciabilità della filiera. Il tutto è verificato da una commissione di garanti indipendenti, composta da associazioni ambientaliste e di consumatori. Attualmente anche per “100% Energia Verde” la quasi totalità della produzione proviene dall’idroelettrico, ma questa certificazione ha il pregio di non ammettere gli impianti che superano i 50MW. Inoltre gran parte dei proventi di rilascio del marchio sono investiti in progetti a favore delle rinnovabili. Purtroppo però, al momento sono poche le aziende produttrici che hanno richiesto questa certificazione.
Il cambio di fornitore
Per fortuna tuttavia, seppure lentamente, la situazione è in evoluzione anche dal punto di vista normativo: il “decreto Bersani” del 1999, che ha introdotto gradualmente di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica in Italia (in recezione di una direttiva europea risalente al 1996) è entrato in vigore a Luglio 2007 anche per gli utenti domestici, offrendo alle famiglie la possibilità di scegliere l’offerta di fornitura che meglio soddisfa le loro esigenze — quindi anche una di energia prodotta al 100% da fonti rinnovabili. Da quest’anno inoltre (dopo un lungo iter di decreti-legge e decreti ministeriali a seguito dalla direttiva europea 2003/54) entra finalmente in vigore l’obbligo per le aziende che vendono energia elettrica, di fornire ai propri clienti informazioni sulla composizione del mix energetico utilizzato nella produzione dell’elettricità fornita nei due anni precedenti. E questo sia nel materiale promozionale che, almeno una volta ogni quattro mesi, nelle fatture. In altre parole, i venditori devono pubblicare la provenienza dell’energia erogata suddivisa per tipologia di fonti in una sorta di “bolletta trasparente”. Questo ci permetterà di poterne meglio valutare l’offerta, ed eventualmente di sceglierne uno che più ci corrisponde.
Ma in pratica, come si fa a cambiare fornitore?
Una volta valutata attentamente l’offerta occorre sottoscrivere un contratto di fornitura con il nuovo venditore. Sarà sua responsabilità inoltrare la richiesta di chiusura del vecchio contratto (recesso) al fornitore precedente. C’è da sottolineare che nel passaggio non avviene alcuna interruzione di fornitura: l’energia elettrica continua ad essere consegnata al nostro contatore, attraverso la rete e gli impianti gestiti dall’impresa locale di distribuzione (la stessa che interviene in caso di guasto, per intenderci) con le caratteristiche previste dal contratto. Cambia solo il venditore, che sostanzialmente immette a monte nella rete la quantità di energia corrispondente a quella da noi impiegata a valle. Attenzione: non vi fate ingannare da chi prospetta risparmi mirabolanti! Prima di passare al mercato libero dell’energia o di cambiare fornitore consigliamo di informarsi, ad esempio visitando il sito dell’Aeeg (www.autorita.energia.it), telefondando al numero verde dello Sportello per il consumatore di energia (800-166654) o ancora consultando le pubblicazioni elencate in bibliografia, ricche di informazioni che per ragioni di spazio non possiamo qui riportare. Ne citiamo solo una, significativa: con un’offerta che prevede uno sconto sulla “quota energia”, vale a dire il prezzo stabilito dall’Autorità (Aeeg), generalmente non viene spiegato che il valore delle perdite di rete (circa il 10%) — già compreso nella “quota energia” sul mercato vincolato — nel mercato libero viene invece addebitato al cliente finale rischiando nei fatti di vanificare lo sconto offerto.
I progetti di “sovranità energetica” dal basso
“Consumare è coprodurre” così suona uno degli atti di sensibilità planetaria di Critical Wine. E in tal senso è un bene che esistano, oltre alle mega-aziende che spadroneggiano sul mercato elettrico, anche realtà impegnate a promuovere concretamente la co-produzione partecipativa del bene energia e la scelta critica dei produttori. Finalmente si stanno concretizzando le opportunità per la fornitura domestica di elettricità a filiera controllata, destinate ai loro iscritti e non solo:
Il progetto Co-Energia, nato in seno al movimento dei GAS (Gruppi d’Acquisto Solidale) e dei DES (Distretti di Economia Solidale), fin dalla sua creazione nel 2007 ha cercato di individuare sul mercato un fornitore che garantisse una produzione esclusivamente da fonti rinnovabili, l’impegno per una filiera etica, fiduciaria e trasparente, la partecipazione ad un fondo per progetti di economia solidale e per l’educazione ambientale. La220 fu il primo fornitore selezionato in tal senso, ma in seguito al rocambolesco processo di fusione con la società Green Network tutte le garanzie avute in precedenza vennero meno e la collaborazione troncata. Sempre basandosi sull’impegno volontario dei partecipanti Co-Energia, divenuta nel 2010 associazione, dopo avere tentato il percorso di arrivare ad un “accordo collettivo” di fornitura elettrica secondo canoni di economia solidale con un consorzio di produttori che purtroppo non era in grado di gestire l’impegno che richiede la fornitura a un grande numero di privati, è approdata infine a stipulare una convenzione con Trenta SpA, produttore e fornitore descritto di seguito.
Per avere informazioni e per l’adesione visitare il sito: www.co-energia.org.
Un percorso altrettanto virtuoso è quello intrapreso dalla cooperativa Retenergie, nata in seguito al progetto “Adotta un Kw” (cfr. articolo sul numero di Febbraio 2009 di Aam TerraNuova). Oltre a raccogliere quote sociali per finanziare la costruzione di diversi impianti idroelettrici e fotovoltaici, dei quali alcuni sono già stati realizzati, di recente è stata stipulata una convenzione per la fornitura di energia verde ai soci della cooperativa con Trenta SpA. Il fornitore ha soddisfatto largamente le loro aspettative, dato che è controllato da soggetti pubblici della provincia di Trento, offre sostanzialmente energia prodotta da installazioni idroelettriche e fotovoltaiche di Dolomiti Energia (dello stesso gruppo e situate prevalentemente in provincia di Trento) ed è disponibile a far visitare i propri impianti ad una commissione nominata dalla cooperativa. Inoltre Trenta si è impegnata ad acquistare la produzione elettrica di Retenergie una volta entrati in funzione gli impianti, sta considerando di farsi socia e ad ogni modo parteciperà alla costituzione di un fondo per progetti ambientali e sociali decisi dalla cooperativa. Per informazioni su Retenergie e sull’adesione visitare il sito: www.retenergie.it

Fonti dati: AEEG Autorità per l’energia elettrica e il gas, ENEA “Rapporto Energia Ambiente 2009”, GRTN-TERNA, Energia verde in Italia – R. Rizzo, L’energia che ho in mente – Altreconomia, Le fonti rinnovabili 2010 — C. Manna & A. Fidanza
Bibliografia: mini guida “L’energia che ho in mente” Aa. Vv., Ed. Altreconomia 2010 — “Energia verde in Italia” Roberto Rizzo, Ed. Ambiente 2009 -

(versione aggiornata dell’articolo pubblicato su Aam TerraNuova di Marzo 2011)

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Obsolescenza

On 6 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

Il 23 dicembre 1924 venne istituito a Ginevra “Phoebus”, il primo cartello mondiale che si prefiggeva il controllo della produzione e della vendita delle lampadine ad incandescenza.

L’accordo, che coinvolgeva le più importanti case produttrici, prevedeva, tra l’altro, di far scendere la vita delle lampadine dalle oltre 2500 ore (garantite prima dell’accordo) a sole 1000 ore. I progettisti dovettero mettersi al lavoro per ideare delle lampadine meno efficienti e meno durature. Nasce con Phoebus l’obsolescenza pianificata degli oggetti d’uso comune.

Nel 1933, in piena crisi economica, l’immobiliarista americano Bernard London nel suo “The new Prosperity”, al primo capitolo “Ending the Depression Trough Planned Obsolescence” arrivava a teorizzare l’obsolescenza obbligatoria per ogni bene di consumo. London riteneva fondamentale per uscire dalla recessione e per rilanciare una nuova prosperità, imporre una domanda continua per alimentare la produzione ed il profitto delle aziende. Questo il pensiero di London: “Secondo il mio progetto, i governi assegneranno un ‘tempo di vita’ alle scarpe alle case alle macchine, ad ogni prodotto dell’industria manifatturiera, mineraria e dell’agricoltura, nel momento in cui vengono realizzati. Questi beni saranno venduti ed usati nei termini ‘definiti’ della loro esistenza, conosciuti anche dal consumatore. Dopo che questo periodo sarà trascorso, queste cose sarebbero legalmente ‘morte’ e […] distrutte nel caso ci sia una disoccupazione diffusa. Nuovi prodotti sarebbero costantemente immessi dalle fabbriche sui mercati, per prendere il posto di quelli obsoleti”.

Le idee di London non furono attuate, ma l’obsolescenza vede una nuova primavera negli anni ’50 con Brooks Stevens che ne conia il termine e una nuova definizione: “è il desiderio del consumatore di possedere qualcosa un pò più nuovo, un pò meglio, un pò prima del necessario” ed aggiunge, riferendosi ai processi di idealizzazione dei prodotti: “[l'obiettivo è] creare un consumatore insoddisfatto del prodotto di cui ha goduto affinché lo venda di seconda mano e lo comperi più nuovo con una immagine più attuale“. Con questo spirito Stevens si adoperò per progettare sempre nuovi manufatti che rendessero obsoleti quelli già in commercio, piuttosto che crearli di scarsa qualità in modo che si guastassero in poco tempo.

Parole, quelle di Stevens che non rimasero relegate al solo ambito del design e dell’industria manifatturiera, ma diventarono lo stile di vita dell’intero occidente. Pensiamo all’economista americano Victor Lebow, membro dello staff di analisti economici del Presidente Eisenhower, che nel 1955 disse “La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, a trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore

Esistono quindi due tipologie di obsolescenza: quella pianificata, come nel caso di Phoebus, e quella percepita, come professato da Stevens.

Nell’obsolescenza pianificata abbiamo visto che tutto nasce dalla progettazione dell’oggetto, momento in cui i costruttori definiscono il tempo massimo di vita dell’oggetto stesso. Spesso non vengono previsti i pezzi di ricambio o si rende particolarmente difficoltosa e costosa (quindi non conveniente) la riparazione. Basta guardarsi attorno o pensare al nostro recente passato per trovare oggetti che sono stati progettati secondo la logica dell’obsolescenza programmata: stampanti che si bloccano all’improvviso dopo aver raggiunto un certo numero di stampe, elettrodomestici che si rompono subito dopo lo scadere della garanzia, il lettore mp3 di una nota azienda americana che nelle prime versioni non prevedeva la sostituzione della batteria benchè inutilizzabile dopo solo pochi mesi di vita. Questi alcuni esempi di obsolescenza pianificata, a cui va aggiunta la voluta miniaturizzazione degli oggetti (auspicata anche dai fautori del così detto “sviluppo sostenibile”), resi sempre più complessi e a buon mercato.

Concordo con quanto ci ricorda Jacopo Fo nel suo blog, ovvero che “Costruire prodotti programmati per rompersi è un crimine contro i consumatori e contro l’ambiente“. (1) L’obsolescenza quindi va osteggiata in tutti i modi possibili. Come cittadini consumatori possiamo fare la nostra piccola parte.

Quando possibile è bene acquistare i nostri prodotti da artigiani specializzati anziché affidarsi ai negozi della grande distribuzione. Acquistare servizi e non oggetti (ad esempio posso acquistare il servizio car sharing e non l’automobile). Possiamo poi orientare i nostri acquisti verso beni che garantiscano una maggior durata, comparando ad esempio il tempo di vita tra prodotti di diverse marche (per questo ci possono venire in aiuto qualche ricerca su internet, le riviste delle associazioni dei consumatori o un’attenta lettura dei manuali d’uso).

L’obsolescenza pianificata va poi combattuta dai Governi colpendo quelle aziende che palesemente la attuano e stabilendo per legge degli standard di produzione, definendo quindi i requisiti minimi di durata dei prodotti. Un’altra strada che la politica deve perseguire è l’apertura ed il sostegno di scuole tecniche mirate alla formazione di nuovi artigiani dediti alla riparazione. Una nuova classe di professionisti che possa sostituire ed integrare quei pochissimi artigiani ancora presenti nelle nostre città.

L’obsolescenza percepita è, se possibile, ancor più subdola rispetto alla pianificata, in quanto agisce in modo diretto sul nostro stato d’animo con l’obiettivo di renderci infelici per ciò che abbiamo e, soprattutto, per ciò che siamo. La moda ne è l’esempio lampante. Nuove collezioni ogni anno, un cambio di colore, un tacco più o meno alto, rendono rapidamente obsoleti i nostri armadi. La moda ci fa sentire inadatti, “imponendoci” per essere accettati dagli altri di abbandonarci al rituale dello shopping, rimettendoci “al passo con i tempi”.

Altri esempi sono l’informatica e la telefonia mobile. Nuovi prodotti, con nuove funzioni (che quasi mai utilizziamo) o con lievi modifiche di design, invadono quotidianamente il mercato e, con la pubblicità, il nostro privato. Software sempre più complicato che richiede computer sempre più potenti, rendendo inutilizzabile quelli già esistenti.

L’obsolescenza pianificata ci rende consumatori obsoleti ancor prima di consumare e a questo dobbiamo opporci, con la forza della nostra volontà.

note:

www.jacopofo.com/commercio-consumo-beni-obsolescenza-programmata-truffa-consumatori

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The Affluent Society – La societa` opulenta

On 2 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

Il saggio sulla societa opulenta di J.K.Galbraith, professore di economia ad Harvard, possiede ancora contenuti molto attuali pur essendo stato scritto oltre 50 anni fa. Credo che cio`derivi principalmente dal fatto che i problemi della societa` moderna, essenzialmente di carattere economico, sono radicati in scelte avvenute molto piu` indietro nel tempo con la nascita del capitalismo e quindi Galbraith ha potuto studiare ed analizzare oltre un secolo di storia creando per noi un quadro dinamico che si e` ben proiettato avanti rispetto al suo stesso futuro, arrivando con precisione nel presente in cui viviamo.
Il libro si pone l’obiettivo di analizzare i benefici, i difetti le contraddizioni della societa` in cui il possesso di oggetti superflui e` diventata una necessita`.
Se nessuno, come inizia a scrivere l’autore, puo` negare i vantaggi pratici del benessere, al tempo stesso molti saranno concordi sul fatto che i poveri hanno una visione molto piu` chiara dei loro obiettivi, mentre i ricchi sono costantemente alla ricerca di come spendere le proprie fortune raggiungendo spesso livelli di lusso assurdo che li rende ridicoli.(1,I)
Nello sviluppare una breve storia delle idee economiche, il libro ricorda un fondamentale passaggio di Ricardo che colloca la giusta paga del lavoratore in quella somma che consente di perpetuarne la razza senza aumentarne o dimunuirne il numero, trasferendo il concetto di servo della gleba in quello della razza del lavoratore, certamente distinta da quelle del proprietario, governatore, prete o militare. (3,IV)
Passando poi all’osservazione degli Stati Uniti, si ricorda un’altro passaggio di Ricardo in cui il destino del lavoratore rispetto al proprietario d’immobili e` segnato dal fatto che con l’aumento della produttivita` del lavoratore e dei capitali gli affitti crescono piu` rapidamente non lasciando nessuna speranza al lavoratore di raggiungere il benessere che invece aumenta costantemente per il proprietario edilizio. (5,II)
Similmente il capitolo sul pensiero Marxista ci ricorda che il lavoratore e` mantenuto in condizione di non poter scegliere il suo futuro dall’equilibrio dell’impiego e della disoccupazione, garantendo che ci sia sempre un minimo di disoccupati pronti a prendere il posto di eventuali lavoratori scontenti. In tal modo l’accumulo del capitale produce l’alienazione dell’uomo mutilandolo in frammenti che diventano appendici del meccanismo produttivo. (6,II)
Il libro passa poi a descrivere gli equivoci della sicurezza economica tra cui val la pena di notare la falsa credenza che il capitano d’industria sia soggetto a rischi economici. Cosa infatti non vera grazie alla attenta pianificazione dei suoi compensi, specialmente con gli interventi statali per non far fallire l’economia che oggi vediamo purtroppo tutti i giorni. (8,II)
L’unica vera funzione dello spauracchio del rischio economico e` quella che viene propinata costantemente alla gente comune assieme al miraggio del profitto per far andare avanti la societa` del cosiddetto benessere. (8,V)
E finalmente Galbraith entra nel vivo della questione, ovvero se l’ossessione a produrre sempre di piu` sia necessaria e giusta. (9.I) E` qui particolarmente interessante leggere un economista che non loda ciecamente la produttivita` citando invece ben altri esempi di civilta`, quali il progresso scientifico, la salute e l’ambiente.
Si coglie molto bene l’ironia dell’autore nella descrizione delle teorie economiche che predicano l’urgenza di un mondo con piu` automobili, cibi esotici, vestiti ed intrattenimento invece che cibo per gli affamati e case per i senzatetto. (10.I) Tali teorie economiche vengono poi descritte in tutta la loro assurdita` nella necessita` di dover creare i bisogni stessi che giustificano la produzione. (11.II) Assurdita` che diventa palese nel descrivere il valore marginale nullo dei venditori e pubblicitari.(11.IV)
Nel discutere sulla necessita` a produrre, diventa chiaro come tale spinta abbia favorito o sia stata addirittura la ragione per la seconda guerra mondiale e la vittoria americana.(12.III)
Andando poi ad analizzare l’inflazione e` istruttiva l’affermazione di come in tempi di inflazione endemica sia piu` utile essere uno speculatore o una prostituta piuttosto che un insegnante.(14.III)
Altra affermazione attualissima e` quella sulla credenza che la politica monetaria sia prerogativa altamente professionale della comunita` finanziaria e che come tale vada protetta dalle pressioni della democrazia.(15.I) Sembra proprio che Galbraith avesse avuto la sfera di cristallo e stesse guardando ai tristi eventi dell’Italia del 2011.
Secondo Galbraith, infatti, la politica monetaria e` un’illusione, sarebbe addirittura meglio se il governo si affidasse alla stregoneria ! (15.II)
Passando allo studio del bilanciamento della societa` non vengono risparmiate nemmeno le citta` che il saggio descrive correttamente in tutta la loro miseria dove “le automobili che non possono nemmeno venir parcheggiate vengono prodotte a ritmi sempre crescenti”(17.I)
Infine si giunge a delle ipotesi per una transizione per superare la situazione in cui il lavoratore continua a sforzarsi in piccoli passi verso un traguardo assurdo perdendo di vista il perche` della sua vita.(19.I) Transizione volta soprattutto a rimediare alla poverta`mentre invece ci prodighiamo a creare sempre nuovi inutili accessori per le nostre automobili cercando di convincerci della loro necessita` ed utilita`.(21.I)
Infine si parla dei liberali americani che, contrariamente al nome che portano, sono complici dell’opposizione al miglioramento di scuole, ospedali e vari servizi sociali indispensabili alla transizione. (20.IV)
L’ultima nota la riserverei al paragrafo in cui si discute della riduzione degli orari di lavoro, decisamente un trend attuale ed una soluzione veramente interessante alla crisi odierna ! (23,I)
In conclusione e` stata una lettura abbastanza interessante, bella prosa, contenuti profondi ed analizzati molto razionalmente senza troppi preconcetti. Avrei preferito qualche numero di piu` e meno affermazioni qualitative in contorto linguaggio economico, ma mi sono adattato e, dove necessario, affrettato a finire i pochi paragrafi piu noiosi.

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“Vi consegniamo una città più pulita”

On 1 maggio 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

“Se va bene che ti parli mentre pedalo, posso risponderti io”. E’ Roberto Peia, presidente degli Urban Bike Messengers di Milano all’altro capo del telefono, nel bel mentre di una consegna. Alcuni minuti più tardi la nostra insolita chiacchierata verrà interrotta per qualche istante dai latrati di un cane che intende sbarrargli il passaggio: piccoli intoppi che si mettono in conto attraversando quotidianamente la città sul velocipede per recapitare buste e pacchi. E’ il lavoro del ciclo-corriere, una formula ecosostenibile per effettuare consegne in città.

I Bike Messengers lavorano ormai con successo in gran parte delle maggiori metropoli degli Stati Uniti (New York, Los Angeles, Chicago, Philadelphia, San Francisco), così come a Londra, Parigi, Berlino, Budapest, Tokyo, Sydney, e da molti anni anche a Lugano sfrecciano le rinomate “Saette verdi”. Con i loro mezzi non inquinano, occupano poco spazio urbano, sono silenziosi e affatto meno “espressi” degli usuali pony in motorino.
Le consegne vengono effettuate con qualsiasi tempo meteorologico, grazie agli zaini e ai… corrieri impermeabili. Le consegne voluminose, effettuate con la bici-cargo che porta fino a 50 Kg di peso vengono prenotate con un po’ di anticipo, mentre le prese comuni vengono richieste telefonicamente ed effettuate anche nel giro di mezz’ora se la destinazione è nel centro città, al massimo nel giro di mezza giornata se sul territorio comunale. Attualmente a Milano i ciclo-corrieri sono una mezza dozzina, tutti regolarmente assicurati contro ogni evenienza infortuita (fatto raro nel mondo dei pony express). Lavorano tutti parttime, quella del ciclo-corriere è un’attività che mette alla prova: “All’inizio facevamo 8, 9 ore in bici al giorno ma è stato massacrante. Adesso i nostri turni non durano più di 5 ore“ racconta Roberto. Eppure sono stati in 580 a iscriversi alla loro graduatoria. “Al momento c’è lavoro solo per poche persone, ma se l’Expo 2015 dovesse prenderci in considerazione per una collaborazione potremmo avere delle commesse enormi” prosegue.
In bicicletta è possibile transitare per zone interdette agli altri mezzi, si scavalcano i ponti sul naviglio, si attraversano i parchi, per questo sono molto competitivi sui tempi rispetto ai normali corrieri. I prezzi sono perfettamente in linea se non più bassi rispetto a quelli delle altre compagnie, e le consegne dei ciclo-corrieri permettono di fregiarsi di un valore ambientale aggiunto ai loro clienti — a Milano sono ormai più di 130, e tra i più variegati: si va dall’associazione ambientalista fino alla grande azienda di moda.
Dopo Milano sono arrivate Roma, Bari, Reggio Emilia, Parma e Catania, e stanno nascendo iniziative simili a Firenze, Bologna, Pescara, Ancona, Bolzano, Verona e in molte altre città. Tanti sono i servizi aggiuntivi offerti, tra cui: prezzi speciali per persone con difficoltà motorie, piccole commissioni, consegna e ritiro presso lavanderia e sportelli pubblici, locandinaggio, raccolta gratuita delle pile esauste. A Bari lavorano attualmente in quattro, spiega Alain di Bari Bici Express, la loro azienda ha vinto un bando regionale di finanziamento alle imprese giovanili e sperano a breve di diventare fornitori del Comune e della Regione Puglia. A Catania vengono effettuate regolarmente consegne per la Farmacie comunali, mentre a Roma e Firenze recapitano settimanalmente cassette di frutta e verdura fresca a domicilio.
Tra di loro stanno cercando di costituire un vero e proprio network nazionale di spedizioni in bici. Vorrebbero riuscire a stipulare una convenzione con le ferrovie sulle tratte intermedie per poter effettuare le consegne da una città all’altra, usando esclusivamente mezzi sostenibili.

Contatti:
Milano – UBM 02.45558500 www.urbanbm.it
Catania – BICI EXPRESS 377.1453152 http://biciexpresscatania.blogspot.it
Roma – VELOCITTÀ 06.64850569 www.velocitta.it
Roma – E ADESSO PEDALA 333.7744114 www.eadessopedala.it
Bari – BICI EXPRESS 080.5543715 www.baribiciexpress.it
Alghero – CICLOCORRIERE 392.7976336 www.vegansport.org/ciclocorriere
Reggio Emilia — BIKE MESSENGER 333.8803740 www.bikemessenger.it
Parma – BICI CORRIERE 345.6197221 www.bicicorriere.eu
Firenze – ECOPONY 329.6447169 www.ecopony.it
Bologna — UBM 051.5947675 www.urbanbikemessengers.it/bologna
Palermo — CICLOOP 380.6998372 www.cicloop.it
Carpi — PONY BIKE 331.7948210 www.ponybike.it
Venezia — PONY EXPRESS ECO-LOGICO 340.5768933 www.expressbici.it

(versione aggiornata dell’articolo pubblicato su Aam TerraNuova di Ottobre 2010)

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Il mondo secondo Monsanto

On 29 aprile 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

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Un equilibrio delicato

On 29 aprile 2012 by Redazione

Fonte: Decrescita Felice Social Network

Questo documentario esamina il legame tra alimentazione e salute umana e fornisce informazioni per fare le scelte più corrette per prevenire le malattie e vivere più sani.

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